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DA LABRIOLA A GRAMSCI 

 

 

   Il testo di Vincenzo Orsomarso, Da Labriola a Gramsci. Educazione e politica nel marxismo italiano, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2015,  ha come oggetto di studio il rapporto tra educazione e politica  in due fondamentali autori del marxismo italiano Antonio Labriola e Antonio Gramsci.Il primo è sicuramente meno conosciuto del secondo, eppure, sebbene  giunto al socialismo in età “avanzata”, acquistò enormi meriti per la fondamentale opera di divulgazione del marxismo in Italia, “dottrina” di cui aveva accurata conoscenza diventando il principale interlocutore italiano prima di Engels e poi di Karl Kautskj.

   Ma i rapporti tra Labriola e i dirigenti del neonato partito socialista italiano non furono mai particolarmente idilliaci, l’autore dei Saggi sul materialismo storico – all’azione politica del gruppo dirigente socialista capeggiato da Filippo Turati che non riguardavano il suo gradualismo, la messa in atto di una strategia politica riformista considerato, ad avviso del Labriola,  l’arretratezza italiana, ma l’eclettismo della direzione politico-culturale turatiana.

    Per Labriola va prodotta un’esposizione “netta” della dottrina e ogni iniziativa va sottoposta alle assemblee operaie; si tratta dei presupposti educativi alla democrazia sociale, ed è ciò che può consentire al movimento operaio di conseguire quella autonomia culturale e politica necessaria anche per eventuali accordi con le frange più avanzate della borghesia.

   Se il riformismo turatiano non sembra porsi la questione della formazione di un gruppo dirigente operaio, tale esigenza – precisa l’autore del volume preso in esame – emerge dalle preoccupazioni del Labriola, rintracciabile nella funzione che attribuisce agli intellettuali («maestri» ma non «capi») che, in parte, chiarisce il suo antigiacobinismo ma soprattutto l’impegno educativo teso alla conquista, come dicevamo, dell’autonomia culturale e politica del movimento operaio e socialista.

   L’Italia infatti – precisa Labriola –  non sconta solo l’arretratezza economica e sociale ma anche quella culturale e, per la parte politica che lo riguarda, sottolinea l’inconsistenza di una cultura specificatamente socialista. Ed è con i Saggi sul materialismo storico che si propone di avviare il lavoro necessario a colmare tale lacuna. «Bisogna scriver libri – dichiara   in una lettera del 3 agosto 1892 a Friedrich Engels – per istruire quelli che vogliono farla da maestri».

   In presenza di un movimento socialista ancora affetto da suggestioni anarchiche e mazziniane  è necessario chiarire che il comunismo non fabbrica le rivoluzioni, non può essere ridotto ad un movimento insurrezionalista, ma il socialismo, anche grazie a quella che il Labriola definisce “pedagogia sociale”, deve essere il risultato dell’azione degli stessi proletari, di una prassi quindi,  ma in realtà solo partecipe del processo storico. D’altronde è la «società tutta intera [che] in un momento del suo processo generale scopre la causa del suo fatale andare» e «la coscienza teorica del socialismo sta oggi, come prima, e come sarà sempre, nella intelligenza della sua necessità storica».

   Pertanto nella specifica situazione italiana alla «parte sana e verace del movimento socialistico  non è dato per ora dalle circostanze altro ufficio da quello in fuori di preparare la educazione democratica del popolo minuto», un’ educazione ridotta però ad «accomodazione sociale», che non contempla – precisa Orsomarso – quel rapporto dialettico  tra realtà storica data e azione politica intorno a cui Gramsci riflette nei Quaderni.

   L’elaborazione filosofica e pedagogica del Cassinate risulta pertanto irretita nelle maglie della dialettica hegeliana, in una “concezione epigenetica” della storia che vede il movimento reale come succedersi di neoformazioni ma secondo una sequenza necessaria. Di conseguenza «più larghi si fanno i confini del mondo borghese, più popoli vi entrano, abbandonando e sorpassando le forme inferiori di produzione, ed ecco che più precise e sicure divengono le aspettative del comunismo».

È  quanto Labriola scrive nelle ultime pagine del primo saggio, In memoria del manifesto dei comunisti, cadendo in un automatismo storico che lo porterà a sostenere l’espansione coloniale italiana.

   Un modo di pensare “meccanico”, scrive Gramsci nei Quaderni, dove riconosce anche i meriti del Labriola. Ma tra i due, contrariamente a quanto è stato fatto in passato, non è possibile stabilire una linea di continuità, tra il professore socialista e il prigioniero del fascismo ci sono gli eventi dell’ottobre 1917 che segnano un passaggio epocale nella storia politica e culturale del movimento operaio.

   La conoscenza  di Lenin, definito nell’opera del carcere, «il più grande teorico moderno della filosofia della praxis», rappresenta un passaggio fondamentale nel processo di maturazione di Gramsci. Ilic, nei Quaderni, è il dirigente rivoluzionario che opera sulla base di un’attenta conoscenza della «realtà effettuale per dominarla e superarla», su «un rapporto di forze in continuo movimento e mutamento di equilibrio». È il rivoluzionario coniuga la lotta economica, con la lotta politica e culturale, che aveva espresso piena consapevolezza della dialettica qualità quantità, dell’intreccio tra struttura e sovrastrutture .

  Ed è proprio nel quadro della connessione dialettica tra strutture e super strutture, che dopo è il maggiore contributo dell’elaborazione gramsciana, che si colloca – scrive l’autore del volume – la questione degli intellettuali, della formazione di intellettuali organici alla classe operaia, cioè espressione della stessa classe operaia, chiamati a dare  a quest’ultima «omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico». Ma Gramsci va oltre, si pone la questione di un «nuovo intellettualismo» a cui aveva lavorato l’«Ordine nuovo» settimanale. Un nuovo tipo di intellettuale tendenzialmente di massa, impasto di conoscenze e competenze tecniche, scientifiche e storiche, quindi politiche.

  La scuola per Gramsci «è lo strumento per elaborare gli intellettuali di vario grado» e il nuovo intellettualismo richiede una specifica organizzazione scolastica e un nuovo principio educativo. Quindi «scuola unica iniziale di cultura generale, umanistica, formativa, che contemperi giustamente lo sviluppo delle capacità di lavorare manualmente (tecnicamente, industrialmente) e lo sviluppo delle capacità del lavoro intellettuale»; scuola «unitaria» (dai 6 ai 15 anni), in cui lo studio deve essere disinteressato non deve avere «scopi immediati».

  Gramsci ipotizza un sistema educativo e formativo complesso e articolato (accademie e  Università diventano luoghi di incontro tra produttori e ricercatori) e il fattore educativo è assunto a elemento di saldatura tra la sfera produttiva e quella intellettuale e morale, per  il suo articolarsi in un sistema di istruzione e formazione in grado di operare in direzione di una ricomposizione tra ricerca e produzione, tra lavoro industriale e intellettuale. Il tutto nella prospettiva di una trasformazione sociale incentrata sul governo dal basso dei processi decisionali.

  Pagine quelle gramsciane su cui oggi forse è il caso di tornare a  riflettere per il contributo che possono offrire alla ricerca di un’alternativa a forme di governo dell’educazione interessate a ricondurre l’insieme dei processi formati alle sole esigenze culturali e tecniche del movimento di accumulazione capitalistico, indipendentemente dai bisogni dei soggetti in formazione.

 

 

 

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